SCONTRO DI NARRAZIONI TRA USA E IRAN

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

Le ultime reciproche accuse fra USA e Iran evidenziano uno scontro di narrazioni
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La risposta del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad alle accuse di terrorismo mosse dagli Stati Uniti è stata breve, incisiva e, come a tempi di Bush junior, perfettamente speculare : “Ogni giorno ci si inventa una nuova accusa all’Iran. Ma il terrore è una prerogativa vostra, non nostra. I popoli con una cultura, come gli iraniani, non hanno bisogno di terrorismo.”

E anche la Guida suprema Ali Khamanei non è stata meno pungente venerdì scorso in un discorso tenuto dinanzi a migliaia di studenti nella città di Kermanshah: “se gli Stati Uniti carezzano certe fantasie dovrebbero però essere consapevoli che mosse false, di natura politica o ’preventiva’, riceveranno una risposta decisiva dalla nazione iraniana. Tutto questo polverone è stato sollevato dagli americani per nascondere il dilagare delle proteste di Occupy Wall Street”.

L’11 ottobre scorso il Dipartimento di Giustizia americano ha infatti accusato l’Iran di aver architettato l’attentato contro l’ambasciatore dell’Arabia Saudita a Washington, Adel Al-Jubeir. I due uomini coinvolti nell’attentato sarebbero stati- a detta dell’avvocato Eric Holder “diretti e appoggiati da alcune fazioni del governo iraniano” L’amministrazione Obama ha usato il caso come pretesto per rinvigorire l’immagine pubblica della nazione iraniana in Occidente, un nemico globale alla ricerca di armi nucleari e una nazione canaglia che minaccia la sicurezza mondiale.
                                                                                      
E’ evidente che si tratta, come sempre, di una guerra combattuta sulimages.jpg terreno dell’immagine pubblica degli stati- nazione. Dalla nascita della repubblica islamica nel 1979 gli Stati Uniti hanno accuratamente creato, diffuso e somministrato al proprio pubblico una nazione iraniana che fondamentalmente incarnava il male; gli strumenti di questa costruzione sono svariati e spesso persino inconsapevoli: le voci degli esiliati politici iraniani in America, i libri, i film holliwoodiani, gli articoli di certi giornalisti impegnati, persino le associazioni per i diritti umani.

Ma se questa guerra fine e subdola, è stata finora prerogativa degli Stati Uniti, ora la grande novità sta proprio nel fatto che le medesime tecniche sono state assimilate anche dalle altre nazioni: dagli anni Novanta il governo iraniano ha cercato di smantellare il sogno americano. Utilizzando le stesse finissime tecniche, la costruzione del nemico è avvenuta e sta avvenendo. Certo, nel caso degli Stati Uniti si tratta di un gigante culturale difficile da abbattere, ma qualche risultato è stato ottenuto: grassi, maleducati, prepotenti e privi di cultura, ecco l’immagine degli americani in Iran; ed eccoli, che combattono con i fondamentalisti, barbuti e arretrati iraniani, come degli avatar delle identità.

Perché la supremazia di una nazione sul mondo si gioca oggi, nell’era dell’informazione e della comunicazione, più che mai sull’immagine e sull’attrazione culturale che questa esercita: più che la reale situazione politico-economica, la reale salute della democrazia, la reale coesione sociale interna, conta formare e creare nemici, schierare e inventare nuovi blocchi ideologici sempre più labili, sempre più facilmente resettabili e soggetti al divino oblio.

Per le amministrazioni presidenziali americane ieri il cattivo era comunista, oggi è l’islamico, domani chissà a chi tocca. Non importa, tanto non ce lo ricorderemo. Ciò che importa è che nell’immediato, sembra vero.
Dell’Iran ormai si sa quale posizione ricopra in questo sistema di valori inventato e costruito ad hoc: fu Bush junior a coniare il termine “stato canaglia” per l’Iran; l’aveva preso in prestito da Reagan, che lo usava per altre nazioni.

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Il resto è venuto da sé: costantemente costruito e ricostruito come il bandito dei giorni nostri, magari per qualche improbabile caso di condanna a lapidazione, come quello di Sakineh, che l’anno scorso vide una mobilitazione internazionale davvero spropositata, se si pensa che la lapidazione è stata abolita in Iran nel 2002. Eppure persino il comune di Ancona aveva appeso una gigantografia della donna, il che poteva avere senso se avesse appeso gigantografie di tutti i condannati a morte del mondo, compresi quelli in America. Ma questi sono i termini della guerra culturale all’Iran.

Insomma, ognuno di noi è la propria narrazione. Così funziona anche per gli stati e le nazioni. La morte di Steve Jobs non ci ha narrato la straordinaria vita di un individuo, ma il sogno americano di un ragazzo di vent’anni dalle improbabili origini, che dal suo garage ha dato vita all’azienda col più alto fatturato della storia.
Sarebbe potuto succedere in Iran? Certo, ma se anche fosse già successo, non lo avremmo mai saputo.

fonte: http://goo.gl/Uj95H

di Sara Hejiazi

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