GUERRE E CARESTIE, FINIRANNO MAI?

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

fonte: http://www3.lastampa.it/

di: Domenico Quirico

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La guerra, la guerra... per noi è facile essere contro la guerra. Ma per chi ci vive dentro, e da venti, trenta anni, come i somali, non sembra possibile vivere senza. Per questa gente non è più una minaccia terribile e infame, è diventata un destino. Che ora si affianca alla carestia; in Somalia i flagelli si avvitano l’uno con l’altro, si alimentano ogni giorno mentre il mondo si affanna a mobilitare la sua carità. Gli oltre due milioni di somali che vivono nel Sud controllato dagli islamici di Al Shabab, i taleban del Corno d’Africa, sono come un immenso popolo di sopravvissuti.

Ci sono mille morti pronte per loro: la sete, la mancanza di cibo in terre che sono diventate un polveroso deserto, i kalashnikov dei miliziani e dei governativi, le malattie imbaldanzite dalla debolezza di esseri esausti, sfibrati e sciupati dalla fame. Per questo aiutarli non è soltanto un problema di fondi, di logistica umanitaria, di cargo e di razioni alimentari di urgenza. Ogni giorno si rivela, sempre più, un problema politico.


al shabab 2Vent’anni fa, quando la Somalia era sbocconcellata dagli infami «signori della guerra» (ed erano solo una medioevale razza di briganti), l’assistenza internazionale accettò il ricatto: pagare le tangenti alle milizie per poter distribuire il cibo a coloro che agonizzavano nella savana e alla periferia delle città. Chi schierava più sgherri ed era più feroce otteneva più viveri da distribuire al proprio clan e diventava più potente.


Vent’anni dopo, vent’anni di tenebra e di tempesta, nulla è cambiato, il ricatto resta intatto. Sono gli Shabab che taglieggiano le organizzazione umanitarie, fanno pagare i permessi per intervenire nelle zone sotto il loro controllo ed è la parte più grande del Paese. C’è il rischio che le funeste milizie islamiche, dopo aver accresciuto gli effetti della carestia con la loro guerra forsennata, la utilizzino per vincerla, la guerra, debellando il governo di transizione, debolissimo e rissoso, che solo l’aiuto del contingente africano dell’Onu e dei suoi blindati ha finora tenuto in piedi in alcuni quartieri della capitale.

Mentre le colonne di somali cercano disperatamente di raggiungere il cibo nei campi oltre la frontiera keniana, c’è chi inserisce la carestia nei piani strategici, la trasforma in alleato. La battaglia di Mogadiscio, infatti, divampa: i governativi hanno riconquistato due giorni fa il grande mercato, uno dei punti chiave controllati dai ribelli islamici. Una nuovacampo profughi milizia, un migliaio di uomini, formata da oppositori della dottrina salafita arruolata senza divisioni di clan, sembra in grado di contrapporre agli islamici un fanatismo altrettanto spietato. La vittoria e la sconfitta corrono su un esile filo.

Eppure non bisogna dimenticare che il primo passo è salvare dodici milioni di persone dalla carestia. Per questo veti politici che sembravano intoccabili si ammorbidiscono. L’Amministrazione americana sembra disposta a sospendere le norme legate alla lotta contro il terrorismo che vietano alle Ong finanziate dagli Stati Uniti di pagare tributi agli Shabab per consegnare aiuti.

Intanto la macchina dell’assistenza non si ferma, soccorre questi uomini sopraffatti, dominati da un destino senza scampo. Ieri a Nairobi è arrivato un aereo della cooperazione italiana con 40 tonnellate di aiuti destinati ai profughi del campo di Dadaab, nel nord del Kenya. Sempre nella capitale keniota il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica ha incontrato il starving_old_man-copia-2.jpgpresidente del parlamento somalo, Hassan Aden. Ancora la politica in primo piano. Solo distribuendo gli aiuti direttamente nelle zone toccate dalla carestia in Somalia, infatti, si scongiurerà l’esodo degli affamati: centinaia di migliaia di persone trasformate in profughi, che anche quando l’emergenza alimentare sarà cessata non potranno tornare a casa, a campi che nessuno ha seminato, diventati sterili, a regioni vuotate dalla guerra. Bisognerà sfamarli e assisterli per anni.

Le prime tende nel campo di Dadaab sono state piantate vent’anni fa.

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