VITTORIO EMANUELE III E IL SUO TENENTE DI VASCELLO

I racconti di Renato d’Ottaviano, tenente di Vascello in viaggio con Vittorio Emanuele III
C’è sempre un abisso tra la storia dei libri e la quotidianità dei suoi protagonisti. Quando ci è data l’opportunità di osservarli da vicino, grande è il nostro stupore per scoprirli ricchi di un’umanità che mai ci saremmo sognati. Ciò tanto più vale per i membri di case regnanti, sempre e comunque tenuti ad un’immagine pubblica adeguata al rango ma nel privato portatori di sentimenti comuni. Mi riferisco ai tempi delle grandi dinastie europee, non ai prìncipi festivalieri e ballerini che oggi ’forano’ il video in trasmissioni popolar-nazionali.
Posillipo, villa Rosbery, tardo pomeriggio del 9 maggio 1946. Vittorio Emanuele III ha finalmente ceduto alle pressioni che gli giungono da ogni parte. Ha appena firmato l’atto d’abdicazione in favore del figlio Umberto e, secondo le migliori tradizioni regali, l’esilio dev’essere immediato. Sull’incrociatore Duca degli Abruzzi, che lo condurrà in Egitto, incaricato di assisterlo durante il viaggio è il tenente di vascello Renato d’Ottaviano.
L’ufficiale, brillantissimo trentenne, appartiene all’high society ma è anche un mattatore dei campi di regata internazionali dove miete vittorie con la sua Star. Nessuno meglio di lui potrà assolvere al compito assegnatogli. Ma d’Ottaviano – fortuna nostra – è anche un fine osservatore che, con buona dose d’ironia, tratteggia situazioni e attori di quella sua irripetibile esperienza. Leggiamo qualche passo delle sue annotazioni:
"... il re passeggiava spesso a poppa. Io lo seguivo a distanza con l’incarico, oltre a quello di esaudire eventuali richieste, di presentare a Sua Maestà i messaggi intercettati dalla stazione radio di bordo, concernenti il passaggio dei poteri, recentemente avvenuto a Napoli.
Parlavano del reggente e quello che accadeva in Italia quel giorno e quello che si prevedeva per il domani. Su un messaggio il re mi fece cenno di avvicinarmi per dirmi: "Voglio ben vedere come se la caverà mio figlio".
Mi sembrò che in quella frase ci fosse un pizzico di dubbio sulle possibilità del figlio di cavarsela in quelle circostanze.
Il giorno seguente mi chiamò a sé nuovamente per chiedermi cosa stesse facendo un marinaio poco distante, intento a redazzare il cassero. "Maestà, sta pulendo la coperta" – dissi. Mi sembrava una domanda senza senso dal momento che era chiaro cosa stesse facendo il poveraccio, che sentendosi osservato dal suo re, tremava come una foglia. "Le faccio notare – mi disse – che a me sembra che stia rimestando lo sporco della coperta." Restai fulminato dall’osservazione. Aveva ragione.
Io non ci avevo mai pensato, con anni di marina, ma soprattutto avendo assistito e diretto centinaia e centinaia di posti di lavaggio. Di colpo quel re che lasciava il suo Paese mi aveva colpito con la sua acutezza.
Dopo due giorni arrivammo in Egitto. Appena alla fonda in porto si avvicinò un motoscafo con le insegne reali. A bordo re Faruk e l’ex imperatrice Fawzia sorella del re.
Venivano a ricevere rispettivamente il re e la regina. Salirono a bordo per qualche minuto per i convenevoli. Poi sbarcarono. I reali egiziani erano in bianco.
Il re in divisa estiva. Fawzia in tailleur pure bianco. Accanto a loro erano i nostri reali. La ex regina Elena ancora con la pelliccia di astrakan con la quale era venuta a bordo a Napoli. La stessa espressione di grande mestizia. Era chiaro che per la fretta della partenza la coppia non aveva di che cambiarsi.
Al pomeriggio era previsto un tè di saluto a palazzo Abdine, residenza reale in Alessandria. Il mio ammiraglio ed io fummo invitati.
La sera giunti a palazzo reale fummo ricevuti molto tranquillamente e messi a sedere ad una grande tavola da mille e una notte. Tutto scintillava. Tutto era d’oro. Piatti, sottopiatti, centri da tavola, posate, bicchieri, tazze, teiere e quant’altro.
Dietro a ciascun invitato, in piedi, un cameriere nubiano. Nero ma in polpe bianche, pantaloni alla zuava e giacchino verde. In testa un fez. Ogni volta che un ospite prendeva una posata o la tazza, il nubiano osservava se, per caso, qualcuno mettesse in tasca un pezzo d’oro. La fiducia regnava assoluta. La cerimonia del tè andò avanti per circa un’ora.
Sua Maestà parlava disinvolto del più e del meno con Faruk, mentre la regina rispondeva a monosillabi alle cortesi domande di Fawzia.
Nessun accenno alla circostanza della... visita dei nostri reali all’Egitto.
Io ero accanto ad una dama di compagnia di Fawzia, ma non la osservai molto, attratto dalla bellezza della ex imperatrice della Persia.
Era davvero bellissima. Una splendida figura, belle gambe. Non riuscivo però a capire il perché usasse una cipria troppo scura su una pelle bianchissima. Guardai meglio. L’ombra grigia della cipria copriva una barba appena rasata sul mento e sulle gote. Mi venne di colpo l’idea che lo scià l’avesse ripudiata non perché incapace di avere figli, ma solamente perché aveva la barba.
Portato il re in Egitto, esauritasi la missione, sempre a bordo dell’ "Abruzzi", tornammo a Napoli. Prima di partire il conte Calvi [marito di Iolanda] mi aveva dato lettere del re per la figlia unitamente a lettere sue per la moglie.
Appena a Napoli telefonai alla principessa Iolanda che aspettava notizie di come erano andate le cose in Egitto. Mi diede appuntamento da Caflish e lì la trovai con le figlie. In quella occasione si sfogò con me per le fughe degli aiutanti di campo [del re]. Con malcelata soddisfazione mi raccontò che quello degli aiutanti che aveva la moglie in quei giorni "nervosa", si era rovesciato con lei in un fosso: "Meglio per loro sarebbe stato se lui avesse seguito il suo re." Aveva l’aria molto soddisfatta."
fonte: http://goo.gl/xJkTr
di Alessandro Perini
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